TEATRO E HANDICAP
In San Matteo Il Teatro Scalo Dittaino e il Teatro del Sole per “Voci
di dentro”
La Babele dei gesti e dei silenzi
Dieci operai-attori-danzatori innalzano la loro torre
di Umberto Fava
| Volevano costruire la torre più alta del mondo per sfidare il cielo e Dio. Dio punì il loro orgoglio. Non ci fu bisogno di distruggere la Torre. Distrusse il loro linguaggio, seminando il caos nelle loro parole. La Torre si fermò lì. Fu la prima grande Incompiuta della storia del mondo. Questo il racconto biblico. Nello spettacolo ispirato a questa vicenda una decina fra ragazzi e ragazze, con tute e caschi da operai, lavorano alla costruzione della loro Torre di Babele. Giungeranno al termine della loro opera? Non si saprà. | ![]() |
| Che Babele sarebbe se si potesse sapere e capire? Del resto il regista, Pietro Ristagno, imperturbabile dio con i baffoni grigi giunto fra noi dalla Magna Grecia, sembra ragionare così: se le parole per i miei ragazzi sordi sono segno di divisione, fonte di incomprensione, allora io le distruggo, salvo solo le emozioni e quelle forti suggestioni del mistero che le parole non riescono a dire. La Torre di Babele evocata in tutta la sua fascinosa simbologia al San Matteo dai siciliani Teatro Scalo Dittaino e Teatro del Sole - Ente nazionale sordomuti, ha segnato la seconda tappa della rassegna Voci di dentro. Il teatro del disagio. In scena attori sordi e no; in sala spettatori udenti e no. Alla fine, il consenso e il plauso sono stati espressi dai primi con battimani e dagli altri con uno sfarfallare di mani. Lo spettacolo si svolge tutto tra fasci di luce e ondate di musica, tra movimenti coreografici e passi di danza, corpi che si cercano, si incontrano, si sfiorano, giocano, si lasciano; che si riuniscono a grappolo in fondo al palco, di qua o di là, o si spargono per la scena, si ricompongono in nuovi quadri e disegni. Dieci operai-attori-danzatori-mimi all'opera per innalzare la loro Torre fatta di gesti e di immagini, di qualche parola e di molti silenzi. Le poche parole piovano come dal cielo, dette fuori scena da una voce femminile. Tra queste figurazioni in continua trasformazione si aggira un tipo con la barba, la valigia e la pancia, un “diverso” si direbbe rispetto agli altri, che comincia a parlare in un bicchiere di plastica come fosse un microfono, che fa cose strane, un po' buffo un po' serio. Le parole si possono tradurre, i silenzi no. Vanno interpretati e capiti, come i gesti. La Babele delle lingue diventa la Babele dei gesti e dei silenzi. Babele come linguaggio della diversità e della complessità. Complessità che non si può semplificare, ridurre ad un significato. Il regista Ristagno aveva, prima dell'inizio dello spettacolo, messo le mani avanti: misurandosi sulla possibilità di realizzare un lavoro sulla comunicazione, sapeva di affrontare un problema di una complessità drammatica. Cercare di semplificare questa complessità? «No - ha detto - bisogna accettarla». E' la notte dell'incomunicabilità e del silenzio. Anche se il silenzio non è tutto d'oro. Le troppe parole del finale, per esempio, suonano del tutto pleonastiche e diluiscono la forza metaforica e poetica delle immagini. Nella quasi generale penuria di parole, non fanno però mai difetto le musiche. E tra le tante musiche e le scarse voci, anche alcune sublimi: sulla Torre incompiuta nel suo significato brilla una stella, la Callas che prega la Casta Diva dei cieli. E' il momento che prende di più, accompagnato dal linguaggio muto dei gesti, dal muoversi, lieve e carezzevole come farfalle, delle mani degli attori-costruttori non di torri ma di emozioni. Mentre un pensiero mi attraversa la mente: non tutti, qui, ascoltano questa voce e queste note, che diventano così spartiacque fra due mondi, segno di divisione e incomunicabilità, limite estremo di Babele. Le coreografie, che costituiscono l'ossatura della performance, sono curate da Monica Felloni. La difficoltà di comunicare, tema centrale della rappresentazione, è stata anche al centro del dibattito che è seguito. Difficoltà rilevata pure da spettatori non udenti ed espressa nel linguaggio dei segni tradotto da un'interprete. «Ma il teatro - ha spiegato Valeria Ottolenghi, critico teatrale che guidava l'incontro - ha sempre qualcosa che non è traducibile in parole, in chiarezza». Ci si deve abituare, ha proseguito, anche al teatro che non è solo racconto, ma che porta dentro la vita. «L'accessibilità? Il problema è proprio questo - ha detto a sua volta il regista Ristagno - I miei attori sono portatori di diversità e in quanto tali provocatori del concetto di comunicazione e comprensione». Voce fuori campo e musica: non a tutti sono parsi graditi e funzionali. Accessori, è stato risposto, non strettamente essenziali, che danno però qualcosa in più - una carica poetica e lirica - senza togliere null'altro. | |
Il contributo di liberta.it
Libertà, Giovedì 10 aprile 2003