L'Astronauta Ing. Franco Malerba
Il balzo in orbita - Tratto
dal sito ufficiale
L'ascesa nei primi istanti
è fragorosa, le vibrazioni squassano la struttura, si ha l'impressione di essere
in mezzo a un uragano. Si avverte la rotazione dello Shuttle successiva al decollo,
effettuata per mettersi a pancia in su e di conseguenza esporre l'equipaggio
ad accelerazioni centrifughe più sopportabili nel verso testa-piedi. È proprio
in questa fase, in questi primissimi momenti, come per il proiettile nel cannone,
che si determinano la traiettoria, la latitudine e la quota alla quale voleremo;
un errore o un'avaria adesso comprometterebbero la missione.
Appena lasciata la torre di lancio, il controllo della missione
passa dal Launch Control del Centro Kennedy (KSC) di Cape Canaveral al Mission
Control del Centro Johnson (JSC) di Houston. Il sistema è affidato ai cinque
computer di bordo; Loren e Andy li sorvegliano e predispongono le sequenze automatiche
mantenendo il collegamento con la sala di controllo.
La nostra velocità aumenta di quasi 100 Km/h ogni secondo, abbiamo un'accelerazione
di quasi tre G, come si dice in gergo, tre volte l'accelerazione equivalente
di un oggetto in caduta libera nel vuoto; poi, dopo circa due minuti dalla partenza,
la spinta dei motori ridiscende e i razzi a combustibile solido si separano.
E' come un'esplosione sorda, un contraccolpo; Loren, il Comandante, ci ha preavvisati
ed ora conferma: "Positive separation". I razzi a combustibile solido,
questi oggetti pericolosi e incontrollabili di cui non possiamo fare a meno
per staccarci da terra e perforare l'atmosfera, sono ora lontani. Da terra li
si vedrà ricadere come due candele appena spente e ancora fumanti, ormai innocenti,
inoffensivi.
Il cielo attorno a noi si è fatto nero; lo annuncia Loren dal posto di guida;
noi, nel ponte inferiore, non abbiamo il privilegio di vedere questo strano
spettacolo, questo emergere dalla piscina azzurra dell'atmosfera nel vuoto nero
del cosmo. Lo Shuttle ha smesso di accelerare così da ridurre lo sforzo aerodinamico
sulla struttura durante la delicata fase della separazione; nella cabina, privo
di riferimenti esterni, ho la sensazione che il soffitto diventi la parete di
fronte.
E' un segno che preannuncia il fenomeno del disorientamento da volo spaziale:
l'accelerazione in avanti mi dà la sensazione, attraverso i sensori vestibolari,
che "giù" sia dietro di me, ma, quando l'accelerazione cessa, prevale la sensazione
degli occhi, abituati a considerare "giù" la posizione dei piedi.
Subito dopo la separazione dei razzi ausiliari ricomincia la spinta dei motori;
l'effetto dell'aumento di peso produce una pressione al petto che cresce fino
a livelli di fatica, quasi di dolore; Loren annuncia le varie tappe e quote
raggiunte che corrispondono ad altrettanti scenari di salvataggio possibili
in caso di avaria dei motori: "...ritorno al KSC, ...atterraggio transatlantico
in Africa, ... atterraggio in California dopo un'orbita, ...inserzione in orbita
di minima altezza...". Sono trascorsi sei minuti dal lancio e la corsa continua
meno burrascosa: siamo ormai fuori dall'atmosfera e più volte supersonici. I
motori dello Shuttle spingono a tutta forza e continuiamo ad accelerare di quasi
mille chilometri all'ora (la velocità del suono) ogni dieci secondi. Ricordo
la simulazione in centrifuga effettuata alla base Kelly dell'aviazione americana
di San Antonio nel Texas e devo riconoscere che, almeno per questa fase del
lancio, l'esperienza riprodotta a terra è davvero realistica. Siamo all'inserzione
in orbita. I razzi si spengono quasi di colpo, si ha la sensazione che la navetta
ruoti di 90 gradi, ma è ancora un' illusione dei sensi; in realtà abbiamo solo
smesso di accelerare, siamo in orbita, siamo un satellite in caduta libera attorno
al nostro pianeta.
A questo punto tutto comincia a galleggiare.
Non è una sensazione violenta, non assomiglia proprio alle simulazioni fisicamente
stressanti del KC135, l'aereo dei voli parabolici. Ricorda piuttosto un disturbo
psicologico, simile a quello che si prova osservando certe creazioni trompe
l'oeil dalla prospettiva assolutamente irreale e non riusciamo a capacitarci
di "cosa sta davanti e cosa sta dietro". Finalmente mi lascio prendere dalla
convinzione rassicurante che ce la farò; nei voli parabolici prevale lo sforzo
muscolare, lo stomaco è violentemente sollecitato per quaranta secondi dall'assenza
di peso - tanto dura la fase di picchiata della parabola - e poi per tre o quattro
minuti dall'ipergravità, dall'accelerazione di cabrata che riporta il velivolo
in quota.
Sulle prime questo profilo di volo può sembrare divertente, poi diventa fastidioso,
e quindi decisamente faticoso, estenuante. Quasi tutti gli addetti ai lavori
delle sedute del KC135 usano pillole di scopdex (scopolamina e dexterina) per
dominare la nausea; ma si tratta pur sempre di sedute di durata relativamente
breve, cinque o sei ore in tutto. Se a bordo dello Shuttle il tipo di stress
fosse lo stesso per otto giorni consecutivi sarebbe una vera tortura.
Jeff e Franklin, i colleghi Mission Specialists che viaggiano con me
nel ponte inferiore di Atlantis, si slacciano per primi dai loro sedili e cominciano
a riconfigurare e attivare i sistemi della navetta; nelle prime due ore di volo
occorre realizzare una sequenza di operazioni necessarie e urgenti che consentono
alla navetta di trasformarsi in stazione spaziale e che culminano nell'apertura
delle porte della stiva. Queste porte contengono sulla loro superficie interna
dei grandi pannelli radianti che disperdono il calore generato da tutti i sistemi
attivi di bordo, compresa la climatizzazione della cabina. L'apertura delle
porte è un'operazione particolarmente importante: una difficoltà nell'aprirle
ci costringerebbe a ritornare subito a terra, così come l'impossibilità di richiuderle
prima di rientrare darebbe inizio a un naufragio nello spazio. Comincio, ancora
allacciato al sedile, a compiere qualche guardingo movimento del capo; ho la
sensazione che a ruotare sia il mio campo visivo e non la testa. Un po' sgradevole.
Aiuto Franklin e Jeff ad uscire dalle tute che riponiamo in sacchi di rete marroni,
ciascuno identificato da un'etichetta colorata.
Mantenere ordine a bordo è assolutamente necessario, ma anche difficile vista
la ristrettezza dello spazio e soprattutto la mancanza di una forza-peso che
ancori naturalmente le cose ad un posto fisso. Sulla Terra appoggiando un oggetto
ad una superficie orizzontale, esso rimane fermo, trattenuto dal peso e dall'attrito
sulla superficie. Nella navicella, in assenza di peso, quando si lascia una
cosa a se stessa, questa sulle prime sembra restare innocentemente dov'è; sembra
promettere di lasciarti il tempo di fare altre cose per poi ripresentarsi fedelmente
là dove l'hai lasciata, senza neppure appoggiarla. In realtà c'è sempre una
piccola velocità residua, forse a causa della ricircolazione dell'aria, che
fa sì che la "cosa" se ne vada lentamente ed inesorabilmente per conto suo.
Se si tratta di un oggetto piccolo, si finisce per perderne le tracce; a volte
lo si ritrova casualmente dopo aver cercato a lungo invano, a volte non lo si
ritrova fino al ritorno a terra.
Questo spiega perché
quasi ogni oggetto a bordo è dotato di uno o più "francobolli" di velcro, dalla
matita al manuale, al cucchiaio, alla macchina fotografica; ogni utensile di
bordo deve potersi attaccare ad altrettanti francobolli di velcro sulle pareti.
Purtroppo non c'è mai abbastanza velcro sulle pareti e comunque non nei posti
che ciascuno preferirebbe; siccome il velcro è una fibra plastica che emette
fumi tossici in caso di incendio, gli allestitori dello Shuttle tendono a utilizzare
solo quello strettamente necessario. Ci sono nastri di velcro autocollante di
riserva a bordo e ogni equipaggio finisce per servirsene abbondantemente. Ma
al rientro dalla missione, ogni Shuttle viene ripulito, e invariabilmente l'equipaggio
successivo dovrà ricominciare la tappezzatura. Nel ponte inferiore (middeck)
un'intera parete è ricoperta di cassetti che, per la nostra missione, sono in
gran parte pieni di strumentazione fotografica, computer, lampade, laser, cannocchiali
e altri attrezzi destinati a illuminare il filo e il satellite per identificarlo
e osservarlo a distanza breve nei periodi notturni. C'è anche il cibo per i
sette giorni della missione, la documentazione con tutte le procedure per effettuare
i compiti affidatici e l'attrezzatura per la manutenzione.
Non è rimasto libero neppure lo spazio per i nostri abiti da lavoro, finiti
in altrettanti sacchetti, due a persona, e ospitati nell'airlock, la
camera di compensazione della pressione che si usa per uscire dal veicolo in
occasione delle "passeggiate nello spazio". Durante la nostra missione non sono
previste attività extraveicolari e pertanto l'airlock viene utilizzato
come ripostiglio per gli oggetti che verranno usati raramente durante la missione.
In realtà, quando, a causa dei problemi che ci creerà il filo, ci prepareremo
ad un eventuale intervento fuori dell'abitacolo, ci sottoporremo a un atroce
lavoro di spostamento di materiali e di riordino dell'airlock che coinvolgerà
tutto il ponte inferiore. Per accedere all'airlock dobbiamo smontare
i due sedili che vi si trovano davanti, il mio e quello di Franklin e, come
ripostiglio temporaneo dei sedili ripiegati, utilizziamo le cuccette. A uno
a uno tutti i compagni di equipaggio scendono, o meglio scivolano, nel nostro
middeck e si liberano della tuta. Infine, cautamente, tolgo anch'io la
tuta, attento a non compiere movimenti bruschi. I sacchi galleggianti con le
tute e i caschi aumentano. Entro nell'airlock che si apre come un tunnel
nella parete posteriore del ponte per riporre il sacco della tuta e prendere
gli abiti di ricambio e il kit per dormire che contiene fra l'altro un
walkman e qualche cassetta musicale che ciascuno si è scelto. Abbiamo
a disposizione un cambio di biancheria per ogni giorno di missione; le camicie
le abbiamo scelte da alcuni cataloghi di vendita per corrispondenza molto popolari
negli Stati Uniti.
Sono camicie colorate a righe orizzontali di cotone ignifugo, personalizzate
con il ricamo dei nostri nomi. Sono una delle poche cose che la NASA consente
agli astronauti di conservare alla fine delle missioni e diventano spesso oggetti
da collezione. Ciascuno a bordo è contraddistinto da un colore che corrisponde
al proprio ruolo: il comandante è rosso, il pilota giallo, l'ingegnere di volo
verde, il Mission Specialist 1 è blu, il MS3 arancio, il MS4 marrone.
Io sono PS1 (Payload Specialist) e il mio colore è il violetto. Ritrovo
i miei sacchetti proprio grazie ai codici colorati, poi mi giro per rientrare
nel middeck e il vano da cui sono entrato mi sembra ruotato di novanta
gradi, con Franklin ancorato al pavimento, ma orientato orizzontalmente, come
fosse perpendicolare a una parete.
Che strano! Chiudo gli occhi con un senso di fastidio e quando li riapro rivedo
Franklin, che non si è mosso, orientato normalmente. Allucinazioni da assenza
di peso! Marsha, l'ingegnere di volo, è come una rondine; minuta e scattante,
si muove da un angolo all'altro come un uccellino da un tetto a un ramo, si
infila nei posti più impensati, sembra nata in questo ambiente. Quando scioglie
i capelli, lunghi e folti, l'assenza di peso costruisce un'incredibile raggera
bionda attorno al suo volto minuto. Ma non c'è tempo per civetterie a bordo,
i computer incalzano e sopraggiunge una richiesta di collegamento con l'amministratore
della NASA, Daniel Goldin. Il numero uno desidera parlare con noi! La notizia
ci viene comunicata dal Mission Control e Loren si incupisce; tra sé e sé deve
pensare che non è questo il momento più adatto, nel pieno dell'attività, mentre
l'equipaggio è ancora sotto l'effetto psicologico del lancio e della transizione
all'assenza di peso, per dedicarsi a una conversazione "politica", certo importante
ma non così urgente... Ma il lancio è stato impeccabile: solo quarantotto secondi
di ritardo sul piano nominale, quasi un treno svizzero, e la missione che ha
obiettivi molto ambiziosi è cominciata sotto i migliori auspici. Tempestività
a parte, l'incoraggiamento in diretta del Grande Capo rappresenta pur sempre
un'iniezione di energia. Goldin ha parole di orgoglio e di augurio: ha fiducia
in noi e ci è accanto con la mente e con il cuore... e ha voluto comunicarcelo
senza indugio. Finalmente tutte le operazioni di riconfigurazione sono terminate,
e la squadra blu può andare a dormire.
Prima di farlo salgo al ponte di volo e per la prima volta vedo. Vedo il grande
spettacolo dell'universo dallo spazio. E' notte, il cielo nero, bucherellato
di puntini brillanti. Riconosco qualche stella, la costellazione del Cigno,
della Lira, Andromeda, la Via Lattea. Poi sopraggiunge il sorgere del Sole,
uno spettacolo irreale: nel nero profondo che confonde Terra e spazio si accende
un arco luminoso di intensità crescente e di colore cangiante, prima rossastro,
poi azzurro, poi bianco, infine abbagliante; il pianeta Terra si illumina improvvisamente
sotto di noi e appare in tutta la sua bellezza; i colori si succedono: il blu
intenso degli oceani che sembra non abbiano fine, il grigio-giallo delle vaste
distese maculate dei deserti africani, la struttura più disomogenea e tormentata
delle montagne dove predominano il marrone e il bianco delle nevi. La presenza
dell'uomo è davvero insignificante, le città sono piccola cosa, difficili da
individuare, quasi invisibili di giorno di fronte alle distese immense dei deserti
d'Africa, delle pianure d'America. Ho difficoltà ad immaginarmi il brulichio
della vita sul pianeta che da quassù sembra davvero un corpo celeste; solo le
grandi formazioni nuvolose pare abbiano una dinamica; tutto il resto sembra
immobile, mentre il nostro vascello avanza a grande velocità sfogliando nuove
pagine dell'atlante. L'inclinazione orbitale che abbiamo non è delle più favorevoli
per scoprire le terre e le città cui siamo affezionati perché la massima latitudine
del nostro percorso è di 28 gradi nord e sud e quando sorvoliamo l'Africa Settentrionale
riusciamo a intravedere obliquamente il profilo della Sicilia e dello Stivale;
si distinguono bene l'Etna, lo Stretto di Messina e, seguendo l'andamento degli
Appennini, si intravvede la costa nord del Mediterraneo. Nel percorso orbitale
in ombra possiamo distinguere le zone abitate dalla presenza delle luci artificiali,
che ci arrivano fioche ma distinguibili nel buio profondo della notte; ma, in
queste condizioni è difficile attribuire un nome e una dimensione umana a quei
lucori lontani...
Non ricordo quanto tempo sono rimasto incantato, incollato all'oblò. Tornato
nel middeck, mi preparo, ancora sbalordito ed eccitato, alla prima notte
in volo. Jeff mi somministra un sonnifero che ha anche effetto antinausea e
mi infilo nella mia cuccetta. Loren ha assegnato le cuccette: per sé ha riservato
la più fredda e scomoda, in basso; la seconda a turno a me e Marsha, la terza,
che è anche la più grande, agli spilungoni, Jeff e Andy, il pilota; l'ultima
in alto a Franklin e Claude, il Mission Specialist dell'Agenzia Europea.
Nelle cuccette, o meglio nei "loculi", come ho ribattezzato scherzosamente i
nostri minuscoli dormitori, c'è una sorta di leggero sacco a pelo fermato alla
base da cerniere lampo, fornito di buchi per lasciar passare le braccia. Volendo
ci si può applicare una striscia sulla fronte e fissarla ai lati della cuccetta
in modo che il capo resti ancorato a sandwich tra il piano e la striscia.
Tutto ciò per evitare di fluttuare all'interno del loculo e svegliarsi così
ogni momento.
Una volta nella cuccetta e chiusa la porta scorrevole, si rimane sufficientemente
schermati dalla luce e dai rumori dell'abitacolo dove le attività continuano
per il secondo turno di lavoro. Ciascuno di noi si gode un po' di solitudine
e ascolta musica attraverso il walkman. Metto le cuffie auricolari e
inserisco una delle cassette che Marie-Aude, mia moglie, mi ha registrato prima
del volo e mentre la scatolina nera del registratore mi galleggia attorno, appena
ancorata al filo delle cuffie, attendo il sonno. Spengo la luce e nel buio profondo
del mio loculo non rimane che la piccolissima luce rossa del registratore. Per
la prima volta ripenso con calma, quasi con lentezza, alla sequenza di azioni
e emozioni senza respiro che hanno ritmato gli ultimi giorni e mi hanno condotto
fin qui.
L'ascesa nei primi istanti
è fragorosa, le vibrazioni squassano la struttura, si ha l'impressione di essere
in mezzo a un uragano. Si avverte la rotazione dello Shuttle successiva al decollo,
effettuata per mettersi a pancia in su e di conseguenza esporre l'equipaggio
ad accelerazioni centrifughe più sopportabili nel verso testa-piedi. È proprio
in questa fase, in questi primissimi momenti, come per il proiettile nel cannone,
che si determinano la traiettoria, la latitudine e la quota alla quale voleremo;
un errore o un'avaria adesso comprometterebbero la missione.
Appena lasciata la torre di lancio, il controllo della missione
passa dal Launch Control del Centro Kennedy (KSC) di Cape Canaveral al Mission
Control del Centro Johnson (JSC) di Houston. Il sistema è affidato ai cinque
computer di bordo; Loren e Andy li sorvegliano e predispongono le sequenze automatiche
mantenendo il collegamento con la sala di controllo.
La nostra velocità aumenta di quasi 100 Km/h ogni secondo, abbiamo un'accelerazione
di quasi tre G, come si dice in gergo, tre volte l'accelerazione equivalente
di un oggetto in caduta libera nel vuoto; poi, dopo circa due minuti dalla partenza,
la spinta dei motori ridiscende e i razzi a combustibile solido si separano.
E' come un'esplosione sorda, un contraccolpo; Loren, il Comandante, ci ha preavvisati
ed ora conferma: "Positive separation". I razzi a combustibile solido,
questi oggetti pericolosi e incontrollabili di cui non possiamo fare a meno
per staccarci da terra e perforare l'atmosfera, sono ora lontani. Da terra li
si vedrà ricadere come due candele appena spente e ancora fumanti, ormai innocenti,
inoffensivi.
Il cielo attorno a noi si è fatto nero; lo annuncia Loren dal posto di guida;
noi, nel ponte inferiore, non abbiamo il privilegio di vedere questo strano
spettacolo, questo emergere dalla piscina azzurra dell'atmosfera nel vuoto nero
del cosmo. Lo Shuttle ha smesso di accelerare così da ridurre lo sforzo aerodinamico
sulla struttura durante la delicata fase della separazione; nella cabina, privo
di riferimenti esterni, ho la sensazione che il soffitto diventi la parete di
fronte.
E' un segno che preannuncia il fenomeno del disorientamento da volo spaziale:
l'accelerazione in avanti mi dà la sensazione, attraverso i sensori vestibolari,
che "giù" sia dietro di me, ma, quando l'accelerazione cessa, prevale la sensazione
degli occhi, abituati a considerare "giù" la posizione dei piedi.
Subito dopo la separazione dei razzi ausiliari ricomincia la spinta dei motori;
l'effetto dell'aumento di peso produce una pressione al petto che cresce fino
a livelli di fatica, quasi di dolore; Loren annuncia le varie tappe e quote
raggiunte che corrispondono ad altrettanti scenari di salvataggio possibili
in caso di avaria dei motori: "...ritorno al KSC, ...atterraggio transatlantico
in Africa, ... atterraggio in California dopo un'orbita, ...inserzione in orbita
di minima altezza...". Sono trascorsi sei minuti dal lancio e la corsa continua
meno burrascosa: siamo ormai fuori dall'atmosfera e più volte supersonici. I
motori dello Shuttle spingono a tutta forza e continuiamo ad accelerare di quasi
mille chilometri all'ora (la velocità del suono) ogni dieci secondi. Ricordo
la simulazione in centrifuga effettuata alla base Kelly dell'aviazione americana
di San Antonio nel Texas e devo riconoscere che, almeno per questa fase del
lancio, l'esperienza riprodotta a terra è davvero realistica. Siamo all'inserzione
in orbita. I razzi si spengono quasi di colpo, si ha la sensazione che la navetta
ruoti di 90 gradi, ma è ancora un' illusione dei sensi; in realtà abbiamo solo
smesso di accelerare, siamo in orbita, siamo un satellite in caduta libera attorno
al nostro pianeta.
A questo punto tutto comincia a galleggiare.
Non è una sensazione violenta, non assomiglia proprio alle simulazioni fisicamente
stressanti del KC135, l'aereo dei voli parabolici. Ricorda piuttosto un disturbo
psicologico, simile a quello che si prova osservando certe creazioni trompe
l'oeil dalla prospettiva assolutamente irreale e non riusciamo a capacitarci
di "cosa sta davanti e cosa sta dietro". Finalmente mi lascio prendere dalla
convinzione rassicurante che ce la farò; nei voli parabolici prevale lo sforzo
muscolare, lo stomaco è violentemente sollecitato per quaranta secondi dall'assenza
di peso - tanto dura la fase di picchiata della parabola - e poi per tre o quattro
minuti dall'ipergravità, dall'accelerazione di cabrata che riporta il velivolo
in quota.
Sulle prime questo profilo di volo può sembrare divertente, poi diventa fastidioso,
e quindi decisamente faticoso, estenuante. Quasi tutti gli addetti ai lavori
delle sedute del KC135 usano pillole di scopdex (scopolamina e dexterina) per
dominare la nausea; ma si tratta pur sempre di sedute di durata relativamente
breve, cinque o sei ore in tutto. Se a bordo dello Shuttle il tipo di stress
fosse lo stesso per otto giorni consecutivi sarebbe una vera tortura.
Jeff e Franklin, i colleghi Mission Specialists che viaggiano con me
nel ponte inferiore di Atlantis, si slacciano per primi dai loro sedili e cominciano
a riconfigurare e attivare i sistemi della navetta; nelle prime due ore di volo
occorre realizzare una sequenza di operazioni necessarie e urgenti che consentono
alla navetta di trasformarsi in stazione spaziale e che culminano nell'apertura
delle porte della stiva. Queste porte contengono sulla loro superficie interna
dei grandi pannelli radianti che disperdono il calore generato da tutti i sistemi
attivi di bordo, compresa la climatizzazione della cabina. L'apertura delle
porte è un'operazione particolarmente importante: una difficoltà nell'aprirle
ci costringerebbe a ritornare subito a terra, così come l'impossibilità di richiuderle
prima di rientrare darebbe inizio a un naufragio nello spazio. Comincio, ancora
allacciato al sedile, a compiere qualche guardingo movimento del capo; ho la
sensazione che a ruotare sia il mio campo visivo e non la testa. Un po' sgradevole.
Aiuto Franklin e Jeff ad uscire dalle tute che riponiamo in sacchi di rete marroni,
ciascuno identificato da un'etichetta colorata.
Mantenere ordine a bordo è assolutamente necessario, ma anche difficile vista
la ristrettezza dello spazio e soprattutto la mancanza di una forza-peso che
ancori naturalmente le cose ad un posto fisso. Sulla Terra appoggiando un oggetto
ad una superficie orizzontale, esso rimane fermo, trattenuto dal peso e dall'attrito
sulla superficie. Nella navicella, in assenza di peso, quando si lascia una
cosa a se stessa, questa sulle prime sembra restare innocentemente dov'è; sembra
promettere di lasciarti il tempo di fare altre cose per poi ripresentarsi fedelmente
là dove l'hai lasciata, senza neppure appoggiarla. In realtà c'è sempre una
piccola velocità residua, forse a causa della ricircolazione dell'aria, che
fa sì che la "cosa" se ne vada lentamente ed inesorabilmente per conto suo.
Se si tratta di un oggetto piccolo, si finisce per perderne le tracce; a volte
lo si ritrova casualmente dopo aver cercato a lungo invano, a volte non lo si
ritrova fino al ritorno a terra.
Questo spiega perché quasi
ogni oggetto a bordo è dotato di uno o più "francobolli" di velcro, dalla matita
al manuale, al cucchiaio, alla macchina fotografica; ogni utensile di bordo
deve potersi attaccare ad altrettanti francobolli di velcro sulle pareti.
Purtroppo non c'è mai abbastanza velcro sulle pareti e comunque non nei posti
che ciascuno preferirebbe; siccome il velcro è una fibra plastica che emette
fumi tossici in caso di incendio, gli allestitori dello Shuttle tendono a utilizzare
solo quello strettamente necessario. Ci sono nastri di velcro autocollante di
riserva a bordo e ogni equipaggio finisce per servirsene abbondantemente. Ma
al rientro dalla missione, ogni Shuttle viene ripulito, e invariabilmente l'equipaggio
successivo dovrà ricominciare la tappezzatura. Nel ponte inferiore (middeck)
un'intera parete è ricoperta di cassetti che, per la nostra missione, sono in
gran parte pieni di strumentazione fotografica, computer, lampade, laser, cannocchiali
e altri attrezzi destinati a illuminare il filo e il satellite per identificarlo
e osservarlo a distanza breve nei periodi notturni. C'è anche il cibo per i
sette giorni della missione, la documentazione con tutte le procedure per effettuare
i compiti affidatici e l'attrezzatura per la manutenzione.
Non è rimasto libero neppure lo spazio per i nostri abiti da lavoro, finiti
in altrettanti sacchetti, due a persona, e ospitati nell'airlock, la
camera di compensazione della pressione che si usa per uscire dal veicolo in
occasione delle "passeggiate nello spazio". Durante la nostra missione non sono
previste attività extraveicolari e pertanto l'airlock viene utilizzato
come ripostiglio per gli oggetti che verranno usati raramente durante la missione.
In realtà, quando, a causa dei problemi che ci creerà il filo, ci prepareremo
ad un eventuale intervento fuori dell'abitacolo, ci sottoporremo a un atroce
lavoro di spostamento di materiali e di riordino dell'airlock che coinvolgerà
tutto il ponte inferiore. Per accedere all'airlock dobbiamo smontare
i due sedili che vi si trovano davanti, il mio e quello di Franklin e, come
ripostiglio temporaneo dei sedili ripiegati, utilizziamo le cuccette. A uno
a uno tutti i compagni di equipaggio scendono, o meglio scivolano, nel nostro
middeck e si liberano della tuta. Infine, cautamente, tolgo anch'io la
tuta, attento a non compiere movimenti bruschi. I sacchi galleggianti con le
tute e i caschi aumentano. Entro nell'airlock che si apre come un tunnel
nella parete posteriore del ponte per riporre il sacco della tuta e prendere
gli abiti di ricambio e il kit per dormire che contiene fra l'altro un
walkman e qualche cassetta musicale che ciascuno si è scelto. Abbiamo
a disposizione un cambio di biancheria per ogni giorno di missione; le camicie
le abbiamo scelte da alcuni cataloghi di vendita per corrispondenza molto popolari
negli Stati Uniti.
Sono camicie colorate a righe orizzontali di cotone ignifugo, personalizzate
con il ricamo dei nostri nomi. Sono una delle poche cose che la NASA consente
agli astronauti di conservare alla fine delle missioni e diventano spesso oggetti
da collezione. Ciascuno a bordo è contraddistinto da un colore che corrisponde
al proprio ruolo: il comandante è rosso, il pilota giallo, l'ingegnere di volo
verde, il Mission Specialist 1 è blu, il MS3 arancio, il MS4 marrone.
Io sono PS1 (Payload Specialist) e il mio colore è il violetto. Ritrovo
i miei sacchetti proprio grazie ai codici colorati, poi mi giro per rientrare
nel middeck e il vano da cui sono entrato mi sembra ruotato di novanta
gradi, con Franklin ancorato al pavimento, ma orientato orizzontalmente, come
fosse perpendicolare a una parete.
Che strano! Chiudo gli occhi con un senso di fastidio e quando li riapro rivedo
Franklin, che non si è mosso, orientato normalmente. Allucinazioni da assenza
di peso! Marsha, l'ingegnere di volo, è come una rondine; minuta e scattante,
si muove da un angolo all'altro come un uccellino da un tetto a un ramo, si
infila nei posti più impensati, sembra nata in questo ambiente. Quando scioglie
i capelli, lunghi e folti, l'assenza di peso costruisce un'incredibile raggera
bionda attorno al suo volto minuto. Ma non c'è tempo per civetterie a bordo,
i computer incalzano e sopraggiunge una richiesta di collegamento con l'amministratore
della NASA, Daniel Goldin. Il numero uno desidera parlare con noi! La notizia
ci viene comunicata dal Mission Control e Loren si incupisce; tra sé e sé deve
pensare che non è questo il momento più adatto, nel pieno dell'attività, mentre
l'equipaggio è ancora sotto l'effetto psicologico del lancio e della transizione
all'assenza di peso, per dedicarsi a una conversazione "politica", certo importante
ma non così urgente... Ma il lancio è stato impeccabile: solo quarantotto secondi
di ritardo sul piano nominale, quasi un treno svizzero, e la missione che ha
obiettivi molto ambiziosi è cominciata sotto i migliori auspici. Tempestività
a parte, l'incoraggiamento in diretta del Grande Capo rappresenta pur sempre
un'iniezione di energia. Goldin ha parole di orgoglio e di augurio: ha fiducia
in noi e ci è accanto con la mente e con il cuore... e ha voluto comunicarcelo
senza indugio. Finalmente tutte le operazioni di riconfigurazione sono terminate,
e la squadra blu può andare a dormire.
Prima di farlo salgo al ponte di volo e per la prima volta vedo. Vedo il grande
spettacolo dell'universo dallo spazio. E' notte, il cielo nero, bucherellato
di puntini brillanti. Riconosco qualche stella, la costellazione del Cigno,
della Lira, Andromeda, la Via Lattea. Poi sopraggiunge il sorgere del Sole,
uno spettacolo irreale: nel nero profondo che confonde Terra e spazio si accende
un arco luminoso di intensità crescente e di colore cangiante, prima rossastro,
poi azzurro, poi bianco, infine abbagliante; il pianeta Terra si illumina improvvisamente
sotto di noi e appare in tutta la sua bellezza; i colori si succedono: il blu
intenso degli oceani che sembra non abbiano fine, il grigio-giallo delle vaste
distese maculate dei deserti africani, la struttura più disomogenea e tormentata
delle montagne dove predominano il marrone e il bianco delle nevi. La presenza
dell'uomo è davvero insignificante, le città sono piccola cosa, difficili da
individuare, quasi invisibili di giorno di fronte alle distese immense dei deserti
d'Africa, delle pianure d'America. Ho difficoltà ad immaginarmi il brulichio
della vita sul pianeta che da quassù sembra davvero un corpo celeste; solo le
grandi formazioni nuvolose pare abbiano una dinamica; tutto il resto sembra
immobile, mentre il nostro vascello avanza a grande velocità sfogliando nuove
pagine dell'atlante. L'inclinazione orbitale che abbiamo non è delle più favorevoli
per scoprire le terre e le città cui siamo affezionati perché la massima latitudine
del nostro percorso è di 28 gradi nord e sud e quando sorvoliamo l'Africa Settentrionale
riusciamo a intravedere obliquamente il profilo della Sicilia e dello Stivale;
si distinguono bene l'Etna, lo Stretto di Messina e, seguendo l'andamento degli
Appennini, si intravvede la costa nord del Mediterraneo. Nel percorso orbitale
in ombra possiamo distinguere le zone abitate dalla presenza delle luci artificiali,
che ci arrivano fioche ma distinguibili nel buio profondo della notte; ma, in
queste condizioni è difficile attribuire un nome e una dimensione umana a quei
lucori lontani...
Non ricordo quanto tempo sono rimasto incantato, incollato all'oblò. Tornato
nel middeck, mi preparo, ancora sbalordito ed eccitato, alla prima notte
in volo. Jeff mi somministra un sonnifero che ha anche effetto antinausea e
mi infilo nella mia cuccetta. Loren ha assegnato le cuccette: per sé ha riservato
la più fredda e scomoda, in basso; la seconda a turno a me e Marsha, la terza,
che è anche la più grande, agli spilungoni, Jeff e Andy, il pilota; l'ultima
in alto a Franklin e Claude, il Mission Specialist dell'Agenzia Europea.
Nelle cuccette, o meglio nei "loculi", come ho ribattezzato scherzosamente i
nostri minuscoli dormitori, c'è una sorta di leggero sacco a pelo fermato alla
base da cerniere lampo, fornito di buchi per lasciar passare le braccia. Volendo
ci si può applicare una striscia sulla fronte e fissarla ai lati della cuccetta
in modo che il capo resti ancorato a sandwich tra il piano e la striscia.
Tutto ciò per evitare di fluttuare all'interno del loculo e svegliarsi così
ogni momento.
Una volta nella cuccetta e chiusa la porta scorrevole, si rimane sufficientemente
schermati dalla luce e dai rumori dell'abitacolo dove le attività continuano
per il secondo turno di lavoro. Ciascuno di noi si gode un po' di solitudine
e ascolta musica attraverso il walkman. Metto le cuffie auricolari e
inserisco una delle cassette che Marie-Aude, mia moglie, mi ha registrato prima
del volo e mentre la scatolina nera del registratore mi galleggia attorno, appena
ancorata al filo delle cuffie, attendo il sonno. Spengo la luce e nel buio profondo
del mio loculo non rimane che la piccolissima luce rossa del registratore. Per
la prima volta ripenso con calma, quasi con lentezza, alla sequenza di azioni
e emozioni senza respiro che hanno ritmato gli ultimi giorni e mi hanno condotto
fin qui.
Il balzo in orbita
L'ascesa nei primi istanti è fragorosa, le vibrazioni squassano
la struttura, si ha l'impressione di essere in mezzo a un uragano. Si avverte
la rotazione dello Shuttle successiva al decollo, effettuata per mettersi a
pancia in su e di conseguenza esporre l'equipaggio ad accelerazioni centrifughe
più sopportabili nel verso testa-piedi. È proprio in questa fase, in questi
primissimi momenti, come per il proiettile nel cannone, che si determinano la
traiettoria, la latitudine e la quota alla quale voleremo; un errore o un'avaria
adesso comprometterebbero la missione.
Appena lasciata la torre di lancio, il controllo della missione
passa dal Launch Control del Centro Kennedy (KSC) di Cape Canaveral al Mission
Control del Centro Johnson (JSC) di Houston. Il sistema è affidato ai cinque
computer di bordo; Loren e Andy li sorvegliano e predispongono le sequenze automatiche
mantenendo il collegamento con la sala di controllo.
La nostra velocità aumenta di quasi 100 Km/h ogni secondo, abbiamo un'accelerazione
di quasi tre G, come si dice in gergo, tre volte l'accelerazione equivalente
di un oggetto in caduta libera nel vuoto; poi, dopo circa due minuti dalla partenza,
la spinta dei motori ridiscende e i razzi a combustibile solido si separano.
E' come un'esplosione sorda, un contraccolpo; Loren, il Comandante, ci ha preavvisati
ed ora conferma: "Positive separation". I razzi a combustibile solido,
questi oggetti pericolosi e incontrollabili di cui non possiamo fare a meno
per staccarci da terra e perforare l'atmosfera, sono ora lontani. Da terra li
si vedrà ricadere come due candele appena spente e ancora fumanti, ormai innocenti,
inoffensivi.
Il cielo attorno a noi si è fatto nero; lo annuncia Loren dal posto di guida;
noi, nel ponte inferiore, non abbiamo il privilegio di vedere questo strano
spettacolo, questo emergere dalla piscina azzurra dell'atmosfera nel vuoto nero
del cosmo. Lo Shuttle ha smesso di accelerare così da ridurre lo sforzo aerodinamico
sulla struttura durante la delicata fase della separazione; nella cabina, privo
di riferimenti esterni, ho la sensazione che il soffitto diventi la parete di
fronte.
E' un segno che preannuncia il fenomeno del disorientamento da volo spaziale:
l'accelerazione in avanti mi dà la sensazione, attraverso i sensori vestibolari,
che "giù" sia dietro di me, ma, quando l'accelerazione cessa, prevale la sensazione
degli occhi, abituati a considerare "giù" la posizione dei piedi.
Subito dopo la separazione dei razzi ausiliari ricomincia la spinta dei motori;
l'effetto dell'aumento di peso produce una pressione al petto che cresce fino
a livelli di fatica, quasi di dolore; Loren annuncia le varie tappe e quote
raggiunte che corrispondono ad altrettanti scenari di salvataggio possibili
in caso di avaria dei motori: "...ritorno al KSC, ...atterraggio transatlantico
in Africa, ... atterraggio in California dopo un'orbita, ...inserzione in orbita
di minima altezza...". Sono trascorsi sei minuti dal lancio e la corsa continua
meno burrascosa: siamo ormai fuori dall'atmosfera e più volte supersonici. I
motori dello Shuttle spingono a tutta forza e continuiamo ad accelerare di quasi
mille chilometri all'ora (la velocità del suono) ogni dieci secondi. Ricordo
la simulazione in centrifuga effettuata alla base Kelly dell'aviazione americana
di San Antonio nel Texas e devo riconoscere che, almeno per questa fase del
lancio, l'esperienza riprodotta a terra è davvero realistica. Siamo all'inserzione
in orbita. I razzi si spengono quasi di colpo, si ha la sensazione che la navetta
ruoti di 90 gradi, ma è ancora un' illusione dei sensi; in realtà abbiamo solo
smesso di accelerare, siamo in orbita, siamo un satellite in caduta libera attorno
al nostro pianeta.
A questo punto tutto comincia a galleggiare.
Non è una sensazione violenta, non assomiglia proprio alle simulazioni fisicamente
stressanti del KC135, l'aereo dei voli parabolici. Ricorda piuttosto un disturbo
psicologico, simile a quello che si prova osservando certe creazioni trompe
l'oeil dalla prospettiva assolutamente irreale e non riusciamo a capacitarci
di "cosa sta davanti e cosa sta dietro". Finalmente mi lascio prendere dalla
convinzione rassicurante che ce la farò; nei voli parabolici prevale lo sforzo
muscolare, lo stomaco è violentemente sollecitato per quaranta secondi dall'assenza
di peso - tanto dura la fase di picchiata della parabola - e poi per tre o quattro
minuti dall'ipergravità, dall'accelerazione di cabrata che riporta il velivolo
in quota.
Sulle prime questo profilo di volo può sembrare divertente, poi diventa fastidioso,
e quindi decisamente faticoso, estenuante. Quasi tutti gli addetti ai lavori
delle sedute del KC135 usano pillole di scopdex (scopolamina e dexterina) per
dominare la nausea; ma si tratta pur sempre di sedute di durata relativamente
breve, cinque o sei ore in tutto. Se a bordo dello Shuttle il tipo di stress
fosse lo stesso per otto giorni consecutivi sarebbe una vera tortura.
Jeff e Franklin, i colleghi Mission Specialists che viaggiano con me
nel ponte inferiore di Atlantis, si slacciano per primi dai loro sedili e cominciano
a riconfigurare e attivare i sistemi della navetta; nelle prime due ore di volo
occorre realizzare una sequenza di operazioni necessarie e urgenti che consentono
alla navetta di trasformarsi in stazione spaziale e che culminano nell'apertura
delle porte della stiva. Queste porte contengono sulla loro superficie interna
dei grandi pannelli radianti che disperdono il calore generato da tutti i sistemi
attivi di bordo, compresa la climatizzazione della cabina. L'apertura delle
porte è un'operazione particolarmente importante: una difficoltà nell'aprirle
ci costringerebbe a ritornare subito a terra, così come l'impossibilità di richiuderle
prima di rientrare darebbe inizio a un naufragio nello spazio. Comincio, ancora
allacciato al sedile, a compiere qualche guardingo movimento del capo; ho la
sensazione che a ruotare sia il mio campo visivo e non la testa. Un po' sgradevole.
Aiuto Franklin e Jeff ad uscire dalle tute che riponiamo in sacchi di rete marroni,
ciascuno identificato da un'etichetta colorata.
Mantenere ordine a bordo è assolutamente necessario, ma anche difficile vista
la ristrettezza dello spazio e soprattutto la mancanza di una forza-peso che
ancori naturalmente le cose ad un posto fisso. Sulla Terra appoggiando un oggetto
ad una superficie orizzontale, esso rimane fermo, trattenuto dal peso e dall'attrito
sulla superficie. Nella navicella, in assenza di peso, quando si lascia una
cosa a se stessa, questa sulle prime sembra restare innocentemente dov'è; sembra
promettere di lasciarti il tempo di fare altre cose per poi ripresentarsi fedelmente
là dove l'hai lasciata, senza neppure appoggiarla. In realtà c'è sempre una
piccola velocità residua, forse a causa della ricircolazione dell'aria, che
fa sì che la "cosa" se ne vada lentamente ed inesorabilmente per conto suo.
Se si tratta di un oggetto piccolo, si finisce per perderne le tracce; a volte
lo si ritrova casualmente dopo aver cercato a lungo invano, a volte non lo si
ritrova fino al ritorno a terra.
Questo spiega perché quasi
ogni oggetto a bordo è dotato di uno o più "francobolli" di velcro, dalla matita
al manuale, al cucchiaio, alla macchina fotografica; ogni utensile di bordo
deve potersi attaccare ad altrettanti francobolli di velcro sulle pareti.
Purtroppo non c'è mai abbastanza velcro sulle pareti e comunque non nei posti
che ciascuno preferirebbe; siccome il velcro è una fibra plastica che emette
fumi tossici in caso di incendio, gli allestitori dello Shuttle tendono a utilizzare
solo quello strettamente necessario. Ci sono nastri di velcro autocollante di
riserva a bordo e ogni equipaggio finisce per servirsene abbondantemente. Ma
al rientro dalla missione, ogni Shuttle viene ripulito, e invariabilmente l'equipaggio
successivo dovrà ricominciare la tappezzatura. Nel ponte inferiore (middeck)
un'intera parete è ricoperta di cassetti che, per la nostra missione, sono in
gran parte pieni di strumentazione fotografica, computer, lampade, laser, cannocchiali
e altri attrezzi destinati a illuminare il filo e il satellite per identificarlo
e osservarlo a distanza breve nei periodi notturni. C'è anche il cibo per i
sette giorni della missione, la documentazione con tutte le procedure per effettuare
i compiti affidatici e l'attrezzatura per la manutenzione.
Non è rimasto libero neppure lo spazio per i nostri abiti da lavoro, finiti
in altrettanti sacchetti, due a persona, e ospitati nell'airlock, la
camera di compensazione della pressione che si usa per uscire dal veicolo in
occasione delle "passeggiate nello spazio". Durante la nostra missione non sono
previste attività extraveicolari e pertanto l'airlock viene utilizzato
come ripostiglio per gli oggetti che verranno usati raramente durante la missione.
In realtà, quando, a causa dei problemi che ci creerà il filo, ci prepareremo
ad un eventuale intervento fuori dell'abitacolo, ci sottoporremo a un atroce
lavoro di spostamento di materiali e di riordino dell'airlock che coinvolgerà
tutto il ponte inferiore. Per accedere all'airlock dobbiamo smontare
i due sedili che vi si trovano davanti, il mio e quello di Franklin e, come
ripostiglio temporaneo dei sedili ripiegati, utilizziamo le cuccette. A uno
a uno tutti i compagni di equipaggio scendono, o meglio scivolano, nel nostro
middeck e si liberano della tuta. Infine, cautamente, tolgo anch'io la
tuta, attento a non compiere movimenti bruschi. I sacchi galleggianti con le
tute e i caschi aumentano. Entro nell'airlock che si apre come un tunnel
nella parete posteriore del ponte per riporre il sacco della tuta e prendere
gli abiti di ricambio e il kit per dormire che contiene fra l'altro un
walkman e qualche cassetta musicale che ciascuno si è scelto. Abbiamo
a disposizione un cambio di biancheria per ogni giorno di missione; le camicie
le abbiamo scelte da alcuni cataloghi di vendita per corrispondenza molto popolari
negli Stati Uniti.
Sono camicie colorate a righe orizzontali di cotone ignifugo, personalizzate
con il ricamo dei nostri nomi. Sono una delle poche cose che la NASA consente
agli astronauti di conservare alla fine delle missioni e diventano spesso oggetti
da collezione. Ciascuno a bordo è contraddistinto da un colore che corrisponde
al proprio ruolo: il comandante è rosso, il pilota giallo, l'ingegnere di volo
verde, il Mission Specialist 1 è blu, il MS3 arancio, il MS4 marrone.
Io sono PS1 (Payload Specialist) e il mio colore è il violetto. Ritrovo
i miei sacchetti proprio grazie ai codici colorati, poi mi giro per rientrare
nel middeck e il vano da cui sono entrato mi sembra ruotato di novanta
gradi, con Franklin ancorato al pavimento, ma orientato orizzontalmente, come
fosse perpendicolare a una parete.
Che strano! Chiudo gli occhi con un senso di fastidio e quando li riapro rivedo
Franklin, che non si è mosso, orientato normalmente. Allucinazioni da assenza
di peso! Marsha, l'ingegnere di volo, è come una rondine; minuta e scattante,
si muove da un angolo all'altro come un uccellino da un tetto a un ramo, si
infila nei posti più impensati, sembra nata in questo ambiente. Quando scioglie
i capelli, lunghi e folti, l'assenza di peso costruisce un'incredibile raggera
bionda attorno al suo volto minuto. Ma non c'è tempo per civetterie a bordo,
i computer incalzano e sopraggiunge una richiesta di collegamento con l'amministratore
della NASA, Daniel Goldin. Il numero uno desidera parlare con noi! La notizia
ci viene comunicata dal Mission Control e Loren si incupisce; tra sé e sé deve
pensare che non è questo il momento più adatto, nel pieno dell'attività, mentre
l'equipaggio è ancora sotto l'effetto psicologico del lancio e della transizione
all'assenza di peso, per dedicarsi a una conversazione "politica", certo importante
ma non così urgente... Ma il lancio è stato impeccabile: solo quarantotto secondi
di ritardo sul piano nominale, quasi un treno svizzero, e la missione che ha
obiettivi molto ambiziosi è cominciata sotto i migliori auspici. Tempestività
a parte, l'incoraggiamento in diretta del Grande Capo rappresenta pur sempre
un'iniezione di energia. Goldin ha parole di orgoglio e di augurio: ha fiducia
in noi e ci è accanto con la mente e con il cuore... e ha voluto comunicarcelo
senza indugio. Finalmente tutte le operazioni di riconfigurazione sono terminate,
e la squadra blu può andare a dormire.
Prima di farlo salgo al ponte di volo e per la prima volta vedo. Vedo il grande
spettacolo dell'universo dallo spazio. E' notte, il cielo nero, bucherellato
di puntini brillanti. Riconosco qualche stella, la costellazione del Cigno,
della Lira, Andromeda, la Via Lattea. Poi sopraggiunge il sorgere del Sole,
uno spettacolo irreale: nel nero profondo che confonde Terra e spazio si accende
un arco luminoso di intensità crescente e di colore cangiante, prima rossastro,
poi azzurro, poi bianco, infine abbagliante; il pianeta Terra si illumina improvvisamente
sotto di noi e appare in tutta la sua bellezza; i colori si succedono: il blu
intenso degli oceani che sembra non abbiano fine, il grigio-giallo delle vaste
distese maculate dei deserti africani, la struttura più disomogenea e tormentata
delle montagne dove predominano il marrone e il bianco delle nevi. La presenza
dell'uomo è davvero insignificante, le città sono piccola cosa, difficili da
individuare, quasi invisibili di giorno di fronte alle distese immense dei deserti
d'Africa, delle pianure d'America. Ho difficoltà ad immaginarmi il brulichio
della vita sul pianeta che da quassù sembra davvero un corpo celeste; solo le
grandi formazioni nuvolose pare abbiano una dinamica; tutto il resto sembra
immobile, mentre il nostro vascello avanza a grande velocità sfogliando nuove
pagine dell'atlante. L'inclinazione orbitale che abbiamo non è delle più favorevoli
per scoprire le terre e le città cui siamo affezionati perché la massima latitudine
del nostro percorso è di 28 gradi nord e sud e quando sorvoliamo l'Africa Settentrionale
riusciamo a intravedere obliquamente il profilo della Sicilia e dello Stivale;
si distinguono bene l'Etna, lo Stretto di Messina e, seguendo l'andamento degli
Appennini, si intravvede la costa nord del Mediterraneo. Nel percorso orbitale
in ombra possiamo distinguere le zone abitate dalla presenza delle luci artificiali,
che ci arrivano fioche ma distinguibili nel buio profondo della notte; ma, in
queste condizioni è difficile attribuire un nome e una dimensione umana a quei
lucori lontani...
Non ricordo quanto tempo sono rimasto incantato, incollato all'oblò. Tornato
nel middeck, mi preparo, ancora sbalordito ed eccitato, alla prima notte
in volo. Jeff mi somministra un sonnifero che ha anche effetto antinausea e
mi infilo nella mia cuccetta. Loren ha assegnato le cuccette: per sé ha riservato
la più fredda e scomoda, in basso; la seconda a turno a me e Marsha, la terza,
che è anche la più grande, agli spilungoni, Jeff e Andy, il pilota; l'ultima
in alto a Franklin e Claude, il Mission Specialist dell'Agenzia Europea.
Nelle cuccette, o meglio nei "loculi", come ho ribattezzato scherzosamente i
nostri minuscoli dormitori, c'è una sorta di leggero sacco a pelo fermato alla
base da cerniere lampo, fornito di buchi per lasciar passare le braccia. Volendo
ci si può applicare una striscia sulla fronte e fissarla ai lati della cuccetta
in modo che il capo resti ancorato a sandwich tra il piano e la striscia.
Tutto ciò per evitare di fluttuare all'interno del loculo e svegliarsi così
ogni momento.
Una volta nella cuccetta e chiusa la porta scorrevole, si rimane sufficientemente
schermati dalla luce e dai rumori dell'abitacolo dove le attività continuano
per il secondo turno di lavoro. Ciascuno di noi si gode un po' di solitudine
e ascolta musica attraverso il walkman. Metto le cuffie auricolari e
inserisco una delle cassette che Marie-Aude, mia moglie, mi ha registrato prima
del volo e mentre la scatolina nera del registratore mi galleggia attorno, appena
ancorata al filo delle cuffie, attendo il sonno. Spengo la luce e nel buio profondo
del mio loculo non rimane che la piccolissima luce rossa del registratore. Per
la prima volta ripenso con calma, quasi con lentezza, alla sequenza di azioni
e emozioni senza respiro che hanno ritmato gli ultimi giorni e mi hanno condotto
fin qui.